Diary

Il multiplo secondo Daniele Mazzoleni

Quando l'arte diventa accessibile senza perdere autenticità

Daniele Mazzoleni è convinto di una cosa: l’arte genera spazio culturale. E lo spazio culturale, per sua natura, dovrebbe essere accogliente, aperto, alla portata di chiunque lo voglia abitare. Eppure, troppo spesso il confine tra chi può e chi non può entrare in quel mondo è tracciato dal prezzo, dalle dimensioni dell’opera, dalla sensazione che l’arte sia un privilegio riservato a pochi.

Nasce così la sua riflessione sui multipli d’arte. Non semplici stampe, non riproduzioni industriali, ma opere a tutti gli effetti: tirature limitate, numerate, firmate e soprattutto post-prodotte a mano. Ogni copia esce dal suo studio e riceve un intervento diretto: un segno di resina, una pennellata leggera, un piccolo gesto che la rende diversa da tutte le altre. Nessuna macchina può replicare quella variazione. Nessuna produzione in serie può restituire l’impronta dell’artista. E proprio qui Mazzoleni sembra raccogliere la sfida lanciata da Walter Benjamin. Se la riproducibilità tecnica consuma l’aura dell’opera, lui la ricuce a mano, esemplare dopo esemplare, restituendo a ogni copia il “qui e ora”.

Perché il punto non è abbassare la qualità. È moltiplicare le possibilità di accesso, senza tradire l’autenticità del gesto creativo.

 

Mazzoleni lo ripete spesso: un quadro originale di grandi dimensioni avrà sempre un costo importante, legato ai materiali, al tempo, alla complessità dell’esecuzione. Ma un multiplo ben fatto diventa un’alternativa reale per chi vuole possedere qualcosa di vero, di curato, di personale. Non un poster stampato in serie, ma un’opera che conserva l’odore dello studio, la luce del momento in cui l’artista ci ha rimesso le mani.

Democratizzare l’arte non significa svenderla. È esattamente quanto descrive Gilles Lipovetsky quando parla di capitalismo artista. Viviamo in una società dove il desiderio di bellezza non è più un privilegio d’élite, ma un bisogno diffuso. E la vera democratizzazione del gusto, per Lipovetsky, non abolisce la qualità, ma la rende accessibile. Significa riconoscere che lo spazio culturale è di tutti e che ogni persona merita di portare a casa un’emozione. Significa abbattere barriere, avvicinare chi guarda, far sì che anche un piccolo formato possa raccontare una grande storia.

 

I multipli di Daniele Mazzoleni nascono da questa visione. Sono pensati per chi si avvicina per la prima volta al collezionismo, per chi ha uno spazio ridotto ma non vuole rinunciare alla bellezza, per chi crede che l’arte debba vivere nelle case, non solo nelle gallerie. Ogni stampa è realizzata su carta di pregio, con tecniche di riproduzione fedele che restituiscono la profondità dei colori e le texture delle opere originali. E poi arriva il gesto manuale, quello che trasforma la copia in un pezzo unico.

Perché l’arte, se è vera, non chiede il lusso. Chiede solo di essere vista, toccata, vissuta

                                                                                                                         Filippo Fròsini Piras

 

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Open Studio, Milano Art Week 2026

C’è un posto a Milano, in via Binda 19, dove il tempo sembra essersi fermato per poi ripartire con un’altra velocità. È un vecchio capannone industriale, costruito negli anni Trenta, che un tempo risuonava del rumore delle bocce lanciate sui campi di quartiere. Oggi quelle stesse mattonelle accolgono i miei colori, le mie resine, i miei silenzi.

Durante la Milano Art Week 2026, ho deciso di spalancare i portoni di questo luogo che è molto più di un laboratorio: è il cuore del mio lavoro, l’officina dove ogni idea prende forma lentamente, con le mani, con la pazienza dell’artigiano e gli occhi dell’artista.

Insieme a Federico Poletti, che ha curato l’intero percorso, ho accompagnato i visitatori in un viaggio dentro le mie collezioni più recenti. C’era Enjoy the Snow, il ciclo nato con le Olimpiadi, dedicato alla neve e allo sport, tra discese e silenzi di montagna. C’era Nostalgia de Milan, dove ho provato a fermare sulla tela i sapori, i rumori, gli odori della mia Milano – quella dei bar, delle bici Saltafoss, degli aperitivi al Campari, dei pomeriggi al cinema Odeon. E poi alcune opere della serie Velocity Icons, un omaggio alle macchine che hanno costruito il nostro immaginario della strada e della libertà. Ma c’era anche Tra la perduta gente. Qui ho provato a tornare all’essenziale: la parola e l’immagine. Attraverso una scrittura essenziale e figure stilizzate, ho voluto evocare quelle montagne di carisma e personalità del passato che ancora oggi possono insegnarci qualcosa su come stare al mondo. 

Ma quello che ho voluto mostrare non sono solo i quadri finiti. Ho aperto gli armadi, acceso i proiettori sui cavalletti ancora occupati, lasciato intravedere i bozzetti e le prove. Perché uno studio non è una galleria: è un corpo vivo fatto di dubbi, esperimenti, gesti ripetuti fino allo spasimo. È la pancia del processo creativo, il luogo dove l’emozione diventa materia.

Grazie a chi ha accettato l’invito e ha varcato quella soglia. Abbiamo parlato di colori, di ricordi, di curve e di neve. Abbiamo riso, ci siamo emozionati. Milano, ancora una volta, ha dimostrato di essere la città giusta per chi ha voglia di raccontare e di ascoltare.

Daniele Mazzoleni